Don Moise, rettore della basilica dei martiri del '900
"Il martirio non è soltanto l'esposizione di un fatto crudele, ma trasmette anche la fonte della speranza"
Padre Moise Moriba Beavogui, originario della Guinea, ha conosciuto la Comunità di Sant'Egidio quando aveva 15 anni. Oggi accoglie i pellegrini che arrivano alla Basilica di San Bartolomeo all'Isola, che dall`inizio degli anni Duemila è gestita dalla Comunità di Sant'Egidio.
Padre Moise, ha notato un aumento delle visite alla Basilica in occasione del Giubileo 2025?
Sì. Le visite sono aumentate anche perché siamo parte di una tappa del Giubileo. Da noi arrivano persone che attraversano la Porta Santa e che vogliono raccogliersi in un luogo dove si possa attingere alla vita e alla testimonianza di chi ha vissuto la speranza. Perché di questo si parla: i martiri sono testimoni concreti di speranza. Il martirio non è soltanto l'esposizione di un fatto crudele, anche se c'è tanta crudeltà nella morte dei martiri, perché trasmette la fonte della speranza.
Come Comunità di Sant'Egidio, invece, in questo periodo state incontrando un numero maggiore di persone in difficoltà?
Proprio domenica 31 marzo abbiamo ricordato Modesta Valenti, una donna che veniva da Trieste e che è morta alla stazione Termini 42 anni fa, non soccorsa perché era sporca. Da quel momento la Comunità di Sant'Egidio ha colto l'occasione di fare memoria di tutti quelli che muoiono in strada senza avere un soccorso: a Roma sono dodici da inizio anno. E sempre nella giornata di domenica è arrivata un'anziana che mi ha detto di essere sola al mondo. Ci ha ringraziato per il pranzo che avevamo organizzato e ci ha chiesto di poter tornare ancora domenica prossima. È una situazione che descrive ciò che vive la maggior parte delle anziani, e che ci suggerisce che basterebbe un gesto di solidarietà e di vicinanza per rompere la solitudine. Quando un'anziana ti dice che è sola al mondo è un grido che deve essere ascoltato.
I volontari della Comunità di Sant'Egidio possono essere un segno di speranza?
C'è da dire che anche il mondo del volontariato conosce un calo, soprattutto in Italia, come manifestano le statistiche. Però la ricerca del bene comune, la condivisione e la cultura della solidarietà sono sempre un seme di speranza. E rientrano anche in una dimensione cristiana, quella della testimonianza della carità concreta. La speranza si costruisce, si declina nella vita anche attraverso l'aiuto di chi è in difficoltà. In questo senso ci sono tanti volontari che cercano di testimoniare che c'è speranza anche in mezzo a tanto male che ci circonda. Tra i martiri che sono raccontati nella Basilica, c'è anche padre Pino Puglisi, il quale diceva che se ognuno fa qualcosa possiamo fare molto: nessuno dovrebbe sentirsi irrilevante quando crede nel bene.
Padre Moise, ha notato un aumento delle visite alla Basilica in occasione del Giubileo 2025?
Sì. Le visite sono aumentate anche perché siamo parte di una tappa del Giubileo. Da noi arrivano persone che attraversano la Porta Santa e che vogliono raccogliersi in un luogo dove si possa attingere alla vita e alla testimonianza di chi ha vissuto la speranza. Perché di questo si parla: i martiri sono testimoni concreti di speranza. Il martirio non è soltanto l'esposizione di un fatto crudele, anche se c'è tanta crudeltà nella morte dei martiri, perché trasmette la fonte della speranza.
Come Comunità di Sant'Egidio, invece, in questo periodo state incontrando un numero maggiore di persone in difficoltà?
Proprio domenica 31 marzo abbiamo ricordato Modesta Valenti, una donna che veniva da Trieste e che è morta alla stazione Termini 42 anni fa, non soccorsa perché era sporca. Da quel momento la Comunità di Sant'Egidio ha colto l'occasione di fare memoria di tutti quelli che muoiono in strada senza avere un soccorso: a Roma sono dodici da inizio anno. E sempre nella giornata di domenica è arrivata un'anziana che mi ha detto di essere sola al mondo. Ci ha ringraziato per il pranzo che avevamo organizzato e ci ha chiesto di poter tornare ancora domenica prossima. È una situazione che descrive ciò che vive la maggior parte delle anziani, e che ci suggerisce che basterebbe un gesto di solidarietà e di vicinanza per rompere la solitudine. Quando un'anziana ti dice che è sola al mondo è un grido che deve essere ascoltato.
I volontari della Comunità di Sant'Egidio possono essere un segno di speranza?
C'è da dire che anche il mondo del volontariato conosce un calo, soprattutto in Italia, come manifestano le statistiche. Però la ricerca del bene comune, la condivisione e la cultura della solidarietà sono sempre un seme di speranza. E rientrano anche in una dimensione cristiana, quella della testimonianza della carità concreta. La speranza si costruisce, si declina nella vita anche attraverso l'aiuto di chi è in difficoltà. In questo senso ci sono tanti volontari che cercano di testimoniare che c'è speranza anche in mezzo a tanto male che ci circonda. Tra i martiri che sono raccontati nella Basilica, c'è anche padre Pino Puglisi, il quale diceva che se ognuno fa qualcosa possiamo fare molto: nessuno dovrebbe sentirsi irrilevante quando crede nel bene.