Una prospettiva opposta alla cultura dello scarto genera protezione e passione per i più fragili. Un editoriale di don Marco Gnavi
EDITORIALE

Una prospettiva opposta alla cultura dello scarto genera protezione e passione per i più fragili. Un editoriale di don Marco Gnavi

Malattia e debolezza richiamano il “noi”. La comunicazione degli affetti supera quella verbale.

In questa epoca così pervasa da morte e prepotenza, la fragilità sembra avere poca cittadinanza. In molti la esorcizzano, decretandone la condanna, perché
renderebbe insopportabile l’esistenza stessa. Eppure, non è il nemico da cui difendersi: è nel nostro Dna. Nasciamo nudi e l’accudimento della madre è
necessario alla vita. Dell’accudimento si torna ad averne bisogno per invecchiamento, malattia, debolezza ed è “relazione” che può generare capacità di restituzione. Dice il mio valore per l’altro e viceversa.

La fragilità richiama il “noi” dentro il quale veniamo alla luce e speriamo di morire, a meno che cultura e insufficienza del sistema sanitario non impongano una visione sconfitta e inducano sensi di colpa: “Non voglio pesare sui miei cari…”.
Quattro persone affette da diverse patologie progressive e invalidanti sono state ascoltate dalla Consulta, alla quale hanno chiesto di non allargare i criteri di
impunibilità connessi al suicidio assistito. “Chiedo allo Stato di aiutarmi a vivere meglio. Non di aiutarmi a morire o lasciarmi da sola a decidere davanti al buio
del dolore o della disperazione”. Nella dignità e sincerità delle loro parole avverto l’eco di amici e persone affette da malattie curabili ma non guaribili, la cui
coscienza è riflesso dell’amore di chi li ha accompagnati sino alla fine. Il gusto di vivere, la speranza, sono cresciuti mentre diminuiva l’autonomia. L’accoglienza dell’appello che sgorga dalla fragilità li ha trasformati insieme a parenti, medici, infermieri, amici, facendo emergere risorse interiori e soluzioni creative sostenibili e percorribili per alleviare il dolore e garantire la qualità dell’esistenza, senza che il criterio per “validarla” fosse estrinseco all’amore e alla sua unicità.

Senza alcun giudizio verso chi esprime un sentire diverso, Maria Letizia Russo, testimone all’audizione, ha contestato l’assioma del valore assoluto della volontà individuale, convinta che tutta la responsabilità della scelta non possa ricadere sul malato, senza amore per la vita e un patto solidale: « La vera dignità consiste nel vivere in tutte le condizioni, non nel morire. Lo Stato deve dirmi: “La tua vita è talmente importante da essere tutelata da tutti, persino da te stesso”».

Dell’opzione preferenziale per i deboli la Chiesa se ne è fatta da sempre interprete, restituendo porzioni di libertà a quanti, nella solitudine, si vedrebbero
invece privati di ogni scelta. Cosa accadrebbe a chiunque quando la capacità di esprimersi fosse nullificata dalla malattia? Se l’abbandono precedesse questa fase, chi parlerebbe in favore del mio attaccamento alla vita? E quanti sono gli anziani, le persone gravemente disabili, che accedendo al pronto soccorso, vengono avviati senza il loro consenso in percorsi di istituzionalizzazione? Cure oncologiche e palliative per molti sono diritti negati, nella convinzione altrui che non ne valga la pena o costi troppo alla collettività. L’accanimento terapeutico è realtà rara e si muore in fretta.

Sammy Basso ha invece felicemente scosso le coscienze con la sua saggezza, profondità e ironia, in un amore indefesso per la vita, grato e partecipe del
miracolo che essa rappresenta qualsiasi sia la misura degli anni, della forza o della debolezza. La limpidezza delle sue convinzioni lo ha avvicinato, non
allontanato da noi tutti. In sintonia con lui molti sono quelli che potrebbero esprimersi se gliene fosse data la possibilità. Sono spesso invisibili e trovano
meno ascolto di altri. Recentemente, la moglie e le due figlie di un giovane padre morto di Sla, mi hanno raccontato dei suoi cinque anni di malattia sino alla
morte confortata nella propria casa. La più giovane ha confessato il suo stupore nel diventare “madre” del proprio genitore, mentre la dimensione del tempo si
trasformava, ora essenziale, prezioso e intenso, come mai prima. Al termine delle esequie nella Basilica di S. Maria in Trastevere, la sorella ha ringraziato così il papà: “Mi hai insegnato a camminare quando eri bloccato a letto, ad abbracciare, anche quando le tue braccia non rispondevano e a vedere lontano,
quando le tue palpebre e gli occhi erano ormai fissi”, impossibilitati a comunicare con l’ausilio del computer. Anche in questo e in ogni sguardo pulsa sempre il mistero di un’esistenza capace di percepire l’abbraccio e l’empatia.

La comunicazione vitale degli affetti supera la comunicazione verbale. Ho visto piccoli nipoti innamorati di nonni resi statuari dall’Alzheimer, in una interazione più profonda di ciò che appare in superficie. Molte e uniche allo stesso tempo, sono le vite significative e eloquenti più delle mille parole spaventate sulla
disabilità, in realtà afasiche sulla speranza. Quante affermazioni sul diritto a morire attribuiscono all’altro ciò che si teme per sé: paura di soffrire, della
solitudine. Queste non hanno bisogno di conferme, ma di risposte adeguate. In realtà, proprio la protezione e la passione per i più fragili, tesoro della tradizione della Chiesa e espressione dell’umanesimo proprio della nostra Europa (ora in decostruzione), possono rimodellare una visione della vita luminosa e opposta alla cultura dello scarto. Tutti ne saranno più protetti e garantiti nelle prove estreme dell’esistenza

 


[ Marco Gnavi ]